sabato 17 maggio 2014

Scatole impolverate - Pochi mesi, una vita -30

Quando dico che non sono tranquilla per papà un motivo c'è. Quando dico che avevo chiesto alla famiglia di Claudio di riunirci tutti insieme per Natale, un motivo c'era.
E' l'autunno del 1996 quando mamma mi telefona estremamente preoccupata e mi dice che il loro medico di famiglia vuole vedere me e mio fratello, papà ha un problema e il dottore vuole parlare con noi.
Mi precipito a Treviso e con Lorenzo andiamo a sentire quello che ha da dirci il medico.
Papà è sempre stato benissimo, ha sempre tanto lavorato nel suo panificio e dopo aver chiuso e venduto l'attività nel 1986, si è dato ai viaggi con la mamma, godendosi davvero la vita. Non ama sentir parlare di dottori ma la mamma lo aveva convinto a fare un bel check up.......
Il dottor Spinella, dopo aver avuto gli esiti dei vari esami trova che c'è un aneurisma femorale e quando ci chiama è per dirci che papà dovrà essere operato.
Sinceramente io e mio fratello siamo quasi sollevati a questa notizia perché temevamo qualcosa di diverso, un aneurisma si sistema di sicuro.
Papà è tranquillo e non è affatto spaventato. Si fissa il ricovero e l'intervento. 
L'operazione è più lunga del previsto perché il problema si rivela essere più grave.Va comunque tutto bene e papà esce dalla sala operatoria sorridente come sempre ma con una lunga cicatrice che non ci doveva essere.
Lui non si lamenta mai, non suona mai il campanello per gli infermieri e non disturba nessuno, al punto che gli viene una brutta piaga in un gluteo perché lui si tiene i dolori e non avverte nemmeno i medici, brutto testone.....a lui basta aver vicino la sua "Cea", la mamma. Di altro non gli importa.
Quando viene finalmente dimesso è una grande festa per tutti, ma lui è debole, non è del solito spirito insomma.
Come dicevo trascorriamo la vigilia ed il giorno di Natale a casa nostra con mamma e papà e mio fratello con la famiglia. Siamo felici che tutto sia passato ma io ho una brutta sensazione che non mi abbandona mai e che mi fa ricorrere ad un ansiolitico.

L'agriturismo chiude per ferie il mese di gennaio,  il 31 dicembre finiamo col cenone di Capodanno.  
Ai primi di gennaio 1997 decidiamo di andare una settimana in Costa D'Avorio, in uno dei più bei Villaggi Valtur, Les Palatuvier.
Non sono stati facili gli ultimi mesi, Enrico non sta bene e non riesce ad essere felice a scuola, ha crolli di pressione che preoccupano il nostro medico di famiglia e noi, ha problemi agli occhi, a volte ha dei mancamenti. Ovviamente, anche per lui visite ed esami clinici che portano ad una sola parola, "stress".
Papà è stanco, lo vedo giù di tono e l'influenza che lo ha afflitto ultimamente non gli da tregua, antibiotici, medicinali vari e rimedi naturali non hanno sortito nessun effetto. E' debilitato e non riesce a riprendersi completamente. Non è stato nemmeno aiutato da un'emorragia gastrica che lo ha riportato in ospedale in medicina d'urgenza per alcuni giorni e che ci ha spaventati a morte. Nessuno di noi è abituato a vedere papà sofferente, lui che non si lamenta mai.
Io continuo ad avere questa fastidiosa sensazione, c'è qualcosa che non va, ma non so cos'è. So solo che ho il terrore di perderlo.
Sono tanto stressata ed è per questo che Claudio decide di portarmi via per qualche giorno.
Il villaggio è meraviglioso, il cibo è quanto di meglio si possa immaginare, l'animazione notevole e c'è caldo, con un'umidità del 90% ma va bene lo stesso, mi rilasso un pochino e mi diverto anche se purtroppo Claudio si fa male tirando con l'arco e la sua vacanza diventa molto limitata dai dolori al braccio.

Non vedremo mai il colore del cielo per l'umidità eccessiva, ma l'ambiente è magico, il servizio eccellente ed io non voglio pensare, almeno per quei pochi giorni non voglio pensare.
Conosciamo due simpaticissime ragazze della provincia di Venezia, Gabriella e Silvia. Con loro stringiamo una bella amicizia che proseguirà per parecchi anni.
Sette giorni passano in fretta e quando torniamo in Italia atterriamo a Milano, prendiamo il treno fino a San Dona' di Piave dove ci aspetta Enrico.

Come lo scorgiamo sulla pensilina sappiamo che è successo qualcosa. Ovviamente l'ansia da cui mi ero liberata per qualche giorno mi aggredisce di brutto. Lo interroghiamo e lui, che non sa come dircelo, ci butta lì la notizia che si è ritirato da scuola. Questo a gennaio del quinto anno.
Ammutolisco, penso che non ce la posso fare. Claudio ci ragiona un pochino ma non se ne esce....non vuole più tornare a scuola. Vuole andare a lavorare, non regge più né gli orari né la scuola. Negli ultimi due anni si doveva svegliare alle 5.30 per partire e andare in motorino al paese più vicino dove prendeva il primo di due mezzi pubblici che lo avrebbero portato all'istituto di agraria a Oderzo. Tornava a casa la sera col buio e doveva studiare. Tutto questo perché era stata chiusa la scuola che frequentava prima e che aveva un convitto.
Enrico, da quel giorno, si è sempre trovato qualche occupazione, ha  fatto dei corsi specifici su materie che gli interessavano, ha preso vari patentini, e non ha mai rimpianto di aver lasciato la scuola. Amen. (Ora è un professionista del fitness col suo studio)
Dopo una decina di giorni dal nostro ritorno dall'Africa comincio a sentirmi malissimo, nausea e perdita di equilibrio. Che meraviglia, l'antimalarica che avevamo dovuto fare prima di partire fa sentire i suoi effetti e sto veramente tanto male per diversi giorni. E' così che il nostro rapporto con l'Africa termina bruscamente, non prenderò mai più in considerazione nemmeno gli svariati inviti di una cara amica di mamma e papà che ha una bellissima villa in Kenya. Mai più.

Riprendiamo il lavoro a febbraio, feste di carnevale, fine settimana belli pieni di ospiti, grandi soddisfazioni sempre.
Anche mamma e papà vengono a mangiare spesso con tanti loro amici, guardo il papà e lo amo disperatamente, i suoi occhi mi guardano con un amore sconfinato, continuo a dirgli quanto gli voglio bene, lui mi sorride e mi tiene stretta. Ad una festa di carnevale a cui partecipano vedo che non fa ballare la mamma. Non è da lui, insieme sono una coppia bellissima, amano ballare insieme, e solo insieme devo dire.
Un giorno di febbraio vado a Treviso a trovare mamma e papà, entro in casa e lo vedo dal suo posto sul divano alzarsi faticosamente ma col suo meraviglioso sorriso mi accoglie col solito:" Ciao amore!". Lo vedo stanco. Pranziamo e subito dopo si alza e si appoggia allo stipite della porta e guardandomi scuote la testa impercettibilmente......è in quell'esatto momento che io so che perderò mio papà. Vado in panico. Lo bacio e lo saluto perché sta andando a riposare ma lo vedo giallo negli occhi. Va a letto ed io chiamo subito Claudio spaventata, lui mi invita a chiamare immediatamente il medico.
Il mattino seguente Claudio andrà dal dottore a prendere tutto l'incartamento medico e accompagnerà papà al Pronto Soccorso per ricoverarlo. Mamma non poteva andarci perché la piccola Federica era rimasta affidata a loro  (Lorenzo e Barbara erano in viaggio all'estero), ed io dovevo assolutamente cucinare per il fine settimana, bloccata in agriturismo.
Papà verrà ricoverato quel giorno stesso, la stessa sera ci dicono che non ci sarà niente da fare, papà ha un cancro ed è pieno di metastasi. Inoperabile.
In ospedale ci siamo io e mamma.
I giorni seguenti sono un incubo per tutti noi, mio fratello torna col primo volo e cerchiamo di stringerci tutti insieme vicino a papà. Mamma lascia la sua stanza d'ospedale solo per andare a casa a lavarsi e cambiarsi. Troviamo un'umanità ed una sensibilità rara, nell'ospedale di Treviso, c'è Suor Nazarena che si fa in quattro per farci stare al meglio, di giorno e di notte. Papà non è mai solo e ce lo coccoliamo per il tempo che gli resta, 14 giorni esatti dal suo ricovero.
Il ricordo più struggente che ho dei suoi ultimi giorni è di un mattino in cui ero sola con lui, non riusciva più a parlare e quindi con la mano mi indica qualcosa verso la finestra......alla fine capisco che vuole la foto della piccola Federica che Lorenzo gli aveva portato. La prendo, gliela avvicino e con le poche forze rimaste lui la afferra, guarda quel bel visetto paffuto ed io vedo delle lacrime silenziose bagnargli il viso.......oh che strazio nel cuore!
E' venerdì 14 marzo, nel tardo pomeriggio Enrico chiama a casa e mi dice "Mamma corri". Io ero rimasta a casa perché avevo fatto la notte precedente con mamma e Lorenzo e quel venerdì sera abbiamo una festa di laurea con una cinquantina di ospiti. Nel giro di pochi minuti siamo pronti a partire. Claudio chiama  Stefania, le spiega l'emergenza e le lasciamo in carico il lavoro finché qualcuno  tornerà. Lei si prende la responsabilità della gestione della cucina e delle altre coadiuvanti. Che Dio la benedica sempre.
In macchina prego solo di arrivare in tempo, Silvio mi tiene la mano, Claudio guida come un matto per fare presto.
Quando entriamo finalmente in camera di papà è troppo tardi per salutarlo, lui è spirato tra le braccia di mamma che con una ninna nanna lo ha cullato finché è scivolato via dolcemente come era vissuto. Enrico da una parte, Lorenzo dall'altra, lo accarezzano ancora.
Accetto la morte di papà, sono abbastanza intelligente per rendermi conto che ha vissuto la vita che desiderava per 76 anni. Accetto la sua morte perché al piano di sopra c'è il reparto oncologico infantile. Accetto la sua morte perché non cera soluzione. Quello che non accetto è la sua mancanza.
La sua mancanza fa male, stringe lo stomaco in un pugno che non si apre, toglie il fiato. Per mesi annuserò il suo profumo.
Mamma è una grande grande donna. Con una dignità non comune vuole decidere tutto, dalla bara ai fiori alla gestione della cerimonia funebre.
All'ingresso della chiesa i miei ragazzi portano il nonno sulle spalle, lei guarda me e mio fratello e ci invita a togliere gli occhiali neri e raddrizzare le spalle, dobbiamo essere degni di onorare papà con la testa alta.
Questa è la mia mamma. Quella che quando nessuno la vede urla il suo dolore e batte i pugni sul muro, quella che dal primo giorno mi dice che sta bene e non ha bisogno di niente, quella che non indossa il lutto perché il suo lutto è dentro di sé da allora e lei non deve dimostrare niente a nessuno. Solo lei sa quanto è stata amata da suo marito, solo lei sa quanto è stato grande il loro amore e solo lei sa quanto lui le mancherà per sempre.
Mamma da 17 anni parla con lui e continua a condividere con papà ogni momento delle sue giornate.

3 commenti:

  1. Cara Giancarla, non saprei come incominciare per commentare un post così bello da assaporare lentamente.
    Grazie cara amica di darmi questa interessante possibilità di capire tante cose che nonostante i miei anni non ho
    ancora imparato. Un abbraccio forte cara amica.
    Tomaso

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  2. Quanto amore offerto e ricambiato! Nonostante il lutto e il dolore, quello che mi resta di questo post è l'idea che i tuoi genitori sono dei grandi e hanno trasmesso a quanti avevano vicino tutto il calore, l' energia e la passione della loro vita!!

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  3. credo tu abbia scritto questo racconto con le lacrime agli occhi, ma parlarne ti avra' fatto bene. siete una bella famiglia piena d'amore e questa e' la vostra forza
    un abbraccio

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